sabato 3 dicembre 2016

Fughe nel sogno/fughe dall'incubo

David Locke è un noto fotoreporter che si trova in Africa per un servizio su uno dei vari dittatorelli della zona. Nell'albergo dove alloggia muore improvvisamente un tal Robertson, uomo dalla fama oscura, e il giornalista decide di assumerne l'identità, scambiando i propri documenti con quelli di Robertson e fingendo, così, la propria morte. Seguendo l'agenda del morto, Locke/Robertson si spinge in Europa, dove conoscerà una ragazza che lo accompagnerà nella sua fuga e nei suoi tentativi di depistare la propria moglie e il suo produttore, apprenderà dei loschi affari di Robertson, ma ne rimarrà inevitabilmente invischiato. 

Arthur Hamilton è un banchiere di mezz'età, ingabbiato in una esistenza noiosa scandita dal lavoro e da una vita familiare arida. Mentre ritorna a casa in treno un uomo, che credeva morto, gli mette in mano un biglietto con un indirizzo che scoprirà essere di una organizzazione segreta che offre un servizio molto particolare: inscenare la morte di una persona e dargli una nuova esistenza, così come ella la desidera. Arthur Hamilton, stufo della propria vita, è proprio il “cliente” perfetto: accetta una plastica totale e rinasce come Tony Wilson, noto pittore di Malibu. Ma dopo un iniziale entusiasmo la nuova vita gli apparirà in tutta la sua falsità e Tony/Arthur vorrà tornare indietro: questo, però, non si rivelerà affatto semplice.

Quelle che quassù ho provato a sintetizzare, sforzandomi di non entrare troppo nel dettaglio delle narrazioni, sono le trame di Professione: reporter (Passenger, 1975) di Michelangelo Antonioni e Operazione diabolica (Seconds, 1966) di John Frankenheimer, due film molto diversi ma che esprimono all'unisono un messaggio duro e inequivocabile: fuggire da se stessi non solo è impossibile, ma conduce inevitabilmente a conseguenze tragiche.

domenica 20 novembre 2016

Blood brothers

Ai miei fratelli di sangue, Giovanni e Alessia

In una lunga chiacchierata con Neil Strauss di Guitar World nel settembre 1995, Bruce Springsteen parla del significato di amicizia che ispira uno dei suoi pezzi più belli e toccanti, Blood brothers, che ha dato il titolo al video che documenta la reunion della E Street Band dopo una separazione durata circa sei anni:


Blood brothers è il tentativo di capire il significato di “amicizia” quando ci si fa più vecchi. Credo di averla scritta la notte prima di arrivare in studio con la band, stavo provando a rivedere quello che stavo facendo e quello che questo sentimento significava per me e per gli altri mentre si va avanti nella vita. Di base ritengo di aver sempre pensato che le amicizie, la lealtà e le relazioni sono vincoli che ti impediscono di cadere nell'abisso dell'autodistruzione. E che senza queste cose l'abisso si avverta molto più prossimo, sotto i propri piedi. Io credo che ognuno senta il proprio nichilismo molto più vicino senza qualcuno che lo afferri per un braccio, lo spinga fuori e gli dica: “Hey, tirati su, stai solo passando una brutta giornata”. Così con questa canzone stavo provando a dare un ordine al ruolo che quelle profonde amicizie hanno avuto nella mia vita, amicizie nate quando ero giovane. Siamo cresciuti assieme, la gente si è sposata, ha avuto bambini, ha divorziato, ha attraversato le proprie dipendenze e se n'è tirata fuori, e ognuno ha fatto diventare gli altri dei pazzi.


Blood brothers non celebra solo una storia di amicizia e lealtà pluridecennale, un sodalizio unico e forse irripetibile, ma è anche l'occasione, come sempre nei testi più impegnati e autobiografici di Springsteen, per interrogarsi sul rapporto tra questa e la vita, il tempo passato, i sogni e le promesse. E ancora una volta Springsteen vuole dirci che la vita è un grande mistero e camminiamo a tentoni nell'ignoto del futuro, carichi delle esperienze che ci hanno reso tali - ricordi, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, compromessi. Ma a differenza di altri testi più dolenti, come The Promise (che comunque fu scritta in un periodo peculiare dell'artista), qui ad accompagnare questa strada verso l'ignoto c'è la forza e la salvezza che vengono dal significato della vera e profonda amicizia. 

mercoledì 26 ottobre 2016

I remember Chet

“Ogni volta che suono, è come se fosse l'ultima. Già da molti anni. Non mi è rimasto molto, ma è fondamentale che coloro con cui suono vedano che io restituisco tutto quello che ho. E da loro mi aspetto lo stesso. Mi piace suonare, amo suonare. E, probabilmente, sono nato per questo.”

In questa frase c'è già l'attitudine e il destino di quello che fu definito il “James Dean della tromba”, “angelo caduto”, “diavolo con la faccia d'angelo”, il miglior trombettista jazz per la rivista DownBeat nel 1954 davanti a nomi come Clifford Brown e Miles Davis. Questa frase è la sintesi di una vita – allora ancora giovane – fatta di vette ed eccessi, successi e disastri, i primi legati alla musica, i secondi quasi sempre alla tragica dipendenza dall'eroina di uno dei principali protagonisti del “jazz freddo” - il cool jazz – che di freddo, a ben vedere, non ebbe nulla. 

Con queste parole, a trent'anni (siamo agli inizi dei Sessanta), Chet Baker rimandava al proprio difficile vissuto (già allora aveva rischiato la vita per overdose e aveva scontato un anno di detenzione nel carcere di Lucca per possesso di stipefacenti) e, allo stesso tempo, dichiarava il proprio status di eletto, di consacrato alla musica, fissando in esso la propria ragione di esistere. Questa stessa frase, a mio parere, sarebbe potuta uscire ugualmente dalla sua bocca anche qualche anno dopo, quando, per un mai chiarito caso legato probabilmente alla droga, il musicista fu costretto a farsi estrarre i denti incisivi e a portare una dentiera.


giovedì 7 luglio 2016

La pazza gioia


L'incomprensione è una delle chiavi dell'ultimo, commovente film di Paolo Virzì: l'incomprensione e la mancanza di solidarietà all'interno dei nuclei sociali, dalla famiglia alla comunità; l'incomprensione (e l'inadeguatezza) degli strumenti normativi per racchiudere la complessità dei problemi psicologici, dei disagi sociali; l'incomprensione dei giudici che li utilizzano intervenendo pesantemente sulla vita e sui legami affettivi delle persone.

sabato 18 giugno 2016

Le piccole cose di Niccolò Fabi

L'ultimo album di Niccolò Fabi, Una somma di piccole cose, è un po' un lavoro espressionista, come un quadro che si apprezza guardandolo da lontano, un quadro le cui singole parti hanno significato in relazione alle altre, nel loro insieme. Infatti, il discorso narrativo di questo bellissimo disco si dispiega tra le canzoni, proprio come pennellate, tocchi di colore che in sé non legano un significato pieno ai brani, ma che insieme restituiscono un'idea chiara, una visione del mondo, la sensibilità di un uomo maturo verso i sentimenti, i rapporti tra le persone, e la loro relazione con il mondo. E l'artista li narra mettendo l'accento sul piano emozionale dell'esperienza, tratteggiando i sentimenti alla maniera di un pittore espressionista, dipingendo ogni parte con la tavolozza delle proprie emozioni, e non con i colori usuali. È un disco che sviscera il sentimento d'amore (amore inteso in senso molto ampio), uno studio dei rapporti tra le persone e il mondo, osservato in maniera profonda e toccante, usando i dettagli della vita di tutti i giorni, elevando l'ordinarietà di “piccole cose” (ecco il senso del primo pezzo) a elementi che riempiono la vita e la illuminano. È un disco che parla anche di distacco (come nella struggente Facciamo finta, dedicata probabilmente alla figlia scomparsa), dolore e rimpianti, come di un tutt'uno, una parte integrante dell'esistenza, che deve essere accettata al pari delle cose belle. Perché, in caso contrario, la soluzione è «un bell'asteroide / e si riparte da zero».

domenica 24 aprile 2016

Vittoria rubata

Vladimir Korbakov, Vittoria rubata, 1995, olio su tela, Galleria Regionale di Vologda.

Questa tela di Vladimir Korbakov (Vittoria rubata, 1995) rappresenta un unicum nella serie dedicata dall'artista alla Grande Guerra Patriottica, costituita prevalentemente da ritratti di veterani: un uomo affisso ad una croce di porpora (verosimilmente, vista la somiglianza con l'autore, un autoritratto), legato ai suoi bracci con i nastri dell'Ordine di San Giorgio (conferito a coloro che si distinguono in guerra), dallo sguardo spento e terribilmente sofferente e il petto piagato da onorificenze dolorosamente infitte nella carne denudata. Il colore dominante è il rosso: dal sangue sgorgante dalle medaglie conficcate nel petto inerme alla croce, dai tulipani che circondano il soggetto allo sfondo, che pare illuminato da bagliori di fuoco. La scelta cromatica (il rosso della passione di Cristo), che rimanda anche agli orrori della guerra, e il soggetto narrativo conferiscono all'intera composizione il tono del martirio: si può ben dire che Vittoria rubata costituisce uno degli esempi più lampanti dell'influenza del tema religioso e cristologico nella pittura russa contemporanea. E inoltre comunicano, con una potenza inaudita e scioccante per la Russia appena uscita dal regime, con la decisione e l'efficacia della testimonianza di un sopravvissuto alla Grande Guerra, un chiaro messaggio antimilitarista che, non a caso, fu malvisto dalla critica filogovernativa.

mercoledì 24 giugno 2015

I poeti maledetti/reprise

Una mattina di questa tarda primavera rincontro, stavolta non sul portone dei Benedettini, un altro poeta maledetto e il ricordo corre a questo pezzo, pubblicato sul mio vecchio spazietto più di sei anni fa. Avrei potuto scriverlo anche adesso così com'è, per questo lo riesumo a beneficio di devil's arcade. Con una nota di chiarimento: il poeta maledetto del mio post è il frutto, in realtà, di due figure diverse: lo spacciatore di versi autoprodotti e il sedicente intellettuale, nella versione più o meno radical chic. A questi ultimi dedico questo video di Mino De Santis, cantautore pugliese, che ha saputo cantarli molto meglio del sottoscritto. 

I POETI MALEDETTI

Giorgione, Poeta appassionato, Galleria Borghese.
Sono loro, i figli spudorati della Musa, gli spennacchiati albatri che, più simili ad avvoltoi, prediligono circuire delle caravelle più terrestri, adescandole con il sordido mellifluo verso, attirandole e allo stesso tempo ammonendole maliziosamente: «Se hai paura non seguirmi. Noi poeti siamo aquile che volano alto: io posso portarti lassù dove non sei stata mai, ma devi accettare il rischio che possa lasciarti cadere. Vuoi rischiare con me questa avventura?». Li vedi agire nei soliti posti: la notte immersi nella vivace movida catanese, bivaccando su divani, sproloquiando, bevendo e fumando contemporaneamente; di giorno nella corte e nei corridoi dei Benedettini, sproloquiando non meno, con l’aria falsamente distratta e lo sguardo che sembra indagare l’anima ma che, più spesso, si ferma un po’ più in superficie. Il loro travestimento è prevedibile e facile da individuare, c’è il poeta dalla barbetta incolta e gli abiti trasandati, che fa tanto artista esistenzialista, oppure l’intellettuale occhialuto alla Woody Allen («occhiali riposanti, darling»), sciarpetta multicolore, giacca di feltro/velluto e immancabili scarpe sportive. Oppure il tipo effeminato dalle camicie e dai foulard sgargianti, con (eventuale) annessa coppola sulla pelata, fino al burbero tenebroso, quello che a domanda risponde con motti incomprensibili spacciati per verità profonde (e cosi tristemente considerati) o, nei casi meno gravi, con un’altra domanda. I loro discorsi vanno dalla teoria dei massimi sistemi alla porchiacca, dall’iperuranio al lupanare, impreziositi sovente da una profana imitazione dello stilnovo o da un dannunzianesimo pressoché vanziniano. Raramente costoro declamano in pubblico i loro misteriosi e arcani versi; più spesso si vedono pattugliare il monastero o sorvegliare l’ingresso mentre, adescando con parole ipocrite e suadenti un povero malcapitato, gli ficcano a forza nelle mani un foglietto A3, mal piegato, contenente (quando va bene) quattro o cinque poesie e l’autografo del sedicente poeta:


Poeta: «Scusa, SCUSA amico…»

Malcapitato: (guardando perplesso il foglio con lo scarabocchio) «Mi spiace, sono un po’ di fretta…»

Poeta: (sorridendo) «Fermati un attimo… si vede che sei un appassionato di poesia!»

Malcapitato: «Ma veramente…»

P: (serio, con grande enfasi) «Sai bene quanto siano difficili i tempi per chi ha talento ma – ahimé (tremito nella voce) – pochi soldi per farlo valere…»

M: (facendo per allontanarsi) «Beh, sì, è una cosa già sentita, purtroppo…»

P: (risoluto) «Non ti va di contribuire alla pubblicazione di un mio volume di poesie? Sai, diversi miei componimenti hanno visto la luce in raccolte, è un progetto che avrà anche il sostegno del Dipartimento di Filologia… (sorriso nella massima estensione)»


A questo punto il malcapitato inizia ad esaminare il contenuto dell’opuscolo. I titoli delle poesie sono imbarazzanti e – forse il poveretto non ci capisce molto di poesia moderna – incomprensibili, perfino insensati. Sembrano componimenti scritti da un bambino di tre anni, anche l’ortografia lascia a desiderare («sarà un ermetico», pensa dubbioso): quando si capisce il tema della poesia, il tema è la gnocca. Dopo trenta secondi alza gli occhi dal foglietto:


Malcapitato:

Poeta: «Pensa, è un ciclo di componimenti che si ispirano al ciclo di Aspasia… c’è anche il mio autografo (indicando lo scarabocchio), hai visto?»

M: «Aspasia, eh già… bella iniziativa la tua, ma mi spiace (imbarazzato), ho solo pochi spiccioli, con il resto devo comprare il biglietto dell’autobus …»

P: «Ma come?!? (contrariato) Che peccato, che peccato… (sospiro)»

M: «Comunque leggerò senz’altro le tue poesie… magari ci incontriamo di nuovo…»

P: (afferrando l’opuscolo) «Eh mi dispiace, ma non ti posso lasciare l’opuscolo… vedi, ne ho pochi, e poi è firmato: capisci? È una pubblicazione speciale, unica (sorriso forzato)

M: (mentendo) «Certo, certo, mi rendo conto, è una pubblicazione speciale… (attimo di silenzio) Beh, ora devo proprio andare, buona fortuna, ti restituisco le poesie… ciao.»

P: (senza rispondere al saluto, con la testa girata verso una ragazza che si avvicina) «Ehi, bella fanciulla, una ragazza bella come te non può non amare la poesia!»

mercoledì 6 maggio 2015

Il fiume Potudan'

Segnalo un estratto della nota rivista online di slavistica eSamizdat (I/2003) che contiene, oltre ad un interessante saggio introduttivo di Stefano Bartoni, la nuova traduzione da parte dello studioso del celebre racconto di Andrej Platonov (1899 - 1951) Il fiume Potudan', scritto nel 1936 e pubblicato in Italia da Einaudi solo negli anni sessanta. Nel 1989 Sellerio pubblica una nuova traduzione, sull'onda del successo del film che il regista Andrej Konchalovskij trasse da questo stesso racconto: il titolo della pellicola è Maria's lovers e le vicende, ambientate dallo scrittore nella Russia post guerra civile, sono trasposte nell'America del dopoguerra. 
La locandina del film con in primo piano Nastassja Kinski e John Savage
Senza voler entrare nel dettaglio della trama, si narra dei traumi, vissuti durante la guerra, di Ivan, e delle conseguenze che, ritornato in patria, gli impediranno una vita sentimentale e sessuale normale. La breve storia del protagonista, in un perfetto parallelismo, troverà un incerto scioglimento solo grazie ad un altro trauma, di ben altra natura. 

Come è facile immaginare, se si va con la mente al destino editoriale delle traduzioni di molte pregevoli opere straniere, le due edizioni sono ormai introvabili: per cui è con entusiasmo e con sincera gratitudine a Stefano Bartoni che vi segnalo questa traduzione, in attesa che un grande editore venga illuminato dalla grazia e si decida a ripubblicare o a tradurre nuovamente le opere di Platonov, come avvenuto recentemente per il grandioso racconto distopico Čevengur, che valse a Platonov l'ostracismo del regime staliniano e la sua precoce "fine" artistica. 

Questo è il link diretto all'estratto della rivista, in pdf, contenente la traduzione.

venerdì 3 aprile 2015

Follow that dream


Sono perfettamente d'accordo con l'utente Ray White che, commentando questa splendida versione del classico di Elvis Presley, scrive: «Bruce cambia l'arrangiamento, tutto è differente, ascoltate la versione di Elvis. Non è la stessa canzone. Mi spiace per i fan del Boss, ma le versioni non possono essere paragonate». 

La canzone originale, tratta dall'omonimo musicarello (1962, in Italia uscito con il titolo Lo sceriffo scalzo) interpretato da The King, è una canzone allegra, leggera e spensierata, veloce e ritmata. Bruce Springsteen, invece, la trasforma in una commovente preghiera collettiva, fa diventare sacro quel sogno e, conservando le stesse parole, ne esalta il valore evocativo, quasi messianico. Sarà questa la "sua" versione, suonata sempre con lo stesso arrangiamento dal suo debutto nel 1981, secondo quanto riporta l'informatissimo sito dei fan libanesi del Boss. Il brano da me presentato è tratto dal Tunnel of love Tour del 1988, tappa di Basel (Svizzera).

Forse perché il testo tocca importanti corde della poetica springsteeniana, dalla fuga all'american dream, all'importanza di condividerli con la donna dei propri sogni:

Now I've been searching for a heart that's free
Searching for someone, to search with me
I need a love, a love I can trust
Together we'll search for the things that come to us

In dreams, wherever they may be
Come on follow that dream to find the love you need
Come on follow that dream

Ed ecco la versione originale, tratta proprio dal film:


martedì 30 dicembre 2014

La missione del bibliotecario

Nel saggio che dà il nome a questo libello (José Ortega y Gasset, La missione del bibliotecario, Sugarco) che raccoglie un altro notevole scritto sulla delicata missione del traduttore (Miseria e splendore della traduzione), José Ortega y Gasset delinea una storia del libro e della missione del bibliotecario come lo sviluppo di un'esistenza, di una materia viva che nel XX secolo sperimenta il suo momento cruciale nel passaggio dalla giovinezza alla maturità. Esplicando la sua complessa e affascinante metafora, allo scopo di fare luce su questo passaggio, il filosofo ci consegna delle parole a mio parere memorabili sul significato di giovinezza e maturità dell'essere umano, tanto belle da relegare in secondo piano lo scopo stesso della sua metafora e del suo intervento, letto nel 1935 in apertura del Congresso Internazionale dei Bibliotecari a Parigi.

Se la vita è azione vuol dire che ogni età della vita si differenzia per il modo di agire che predomina nell'uomo. La gioventù di solito non fa quello che fa perché sia necessario farlo, perché lo consideri inevitabile. Al contrario, non appena si rende conto che una cosa è obbligatoria, ineludibile, tenterà di evitarla, e, se non vi riesce, eseguirà questo compito con tristezza e di malavoglia. La mancanza di logica che c'è in tutto questo fa parte di quel magnifico tesoro di incongruenze da cui, per fortuna, è costituita la giovinezza. Il giovane si imbarca con entusiasmo soltanto in quelle attività che gli appaiono revocabili [...]. Ha bisogno di pensare che in qualsiasi momento può abbandonare una determinata occupazione e saltare ad un'altra, evitando così di sentirsi prigioniero di una sola attività [...]. In questo modo la sua attività reale gli appare solo come un esempio delle innumerevoli altre cose a cui potrebbe dedicarsi in quel momento. Grazie a questo intimo stratagemma riesce virtualmente ad ottenere ciò a cui ambisce: far tutte le cose allo stesso tempo, per poter essere in una volta sola tutti i modi essere uomo (pag. 40 - 41).
[...]
L'età matura si comporta in modo opposto. Sente il piacere della realtà, è la realtà nel "fare" è proprio ciò che non è capriccio, ciò che non è irrilevante se viene fatto o no, ma che sembra inevitabile, urgente. In questa età la vita giunge alla verità di se stessa e scopre quella fondamentale ovvietà secondo cui non si possono vivere tuttele vite, ma al contrario ogni vita consiste nel non vivere le altre, rimanendo così la sola. Questa vivida coscienza di non poter essere, di non poter fare più di una cosa alla volta restringe le nostre esigenze alla scelta di quella cosa (pag. 41 - 42).